Il mio rapporto con la sanità americana non è mai andato oltre i controlli di routine dall'oculista e dal dentista e più volte ho sentito di non aver sfruttato a dovere i soldi spesi dalla compagnia di Sterling per garantirci un'assicurazione sanitaria a prova di qualsiasi catastrofe. Evidentemente devo essermi lamentata così tanto che qualche entità superiore mi ha ascoltata e ha deciso di farmi provare il brivido di una notte all'ospedale. Non in un letto, sia ben chiaro, ma in una sala d'attesa in puro stile San Francisco (leggi: piena di gente strana e di senzatetto). Questi i fatti: martedì mattina vado dalla mia chiropratica per il solito controllo di routine dopo aver avvertito nel weekend dei dolorini alla base del collo. Esco dal suo studio fresca come una rosa, coi muscoli pronti allo scatto, e mi dirigo da Macy's per comprare il famoso cuscino TempurPedic che la dottoressa in questione mi ha consigliato. Per strada però prendo ettolitri di pioggia che si infilano insidiosi anche nella mia giacca Nike teoricamente a prova di uragano. Sarà la pioggia o una mossa sbagliata della chiropratica (io propenderei per la prima ipotesi), ma a partire dal pomeriggio il mio collo decide di andare in sciopero e di bloccarsi in un'unica posizione: sguardo dritto davanti a me, un pò abbassato, come un cantante rock scazzato. Una specie di Liam Gallagher dei poveri, insomma. Il compleanno del padre di Sterling si rivela una tortura, con me che mi giro come Robocop per parlare con i vari invitati, e la notte va anche peggio, praticamente non chiudo occhio. La mattina dopo sono un rottame, faccio gli impacchi di ghiaccio e di caldo come raccomandato dal medico ma all'ora di cena non reggo più: ho bisogno di una dose di qualsiasi cosa. Arriviamo in ospedale alle 9 di sera, aspettiamo pazientemente (Sterling) e mugolantemente (io) il nostro turno per
quattro ore e mezzo e alla fine ricevo l'agognato premio: una flebo di morfina e una di valium, olè! Riesco perfino a dormicchiare sul lettino dell'ambulatorio e al momento di essere dimessa mi illumino di immenso: mi stanno prescrivendo dell'altro valium da prendere a casa, insieme a vicodin e a un ibuprofene tre volte più potente di quello da banco. Certo che gli ospedali americani non si risparmiano la
robba bbona, eh! Arriviamo a casa quasi alle cinque di mattina, dormo alla grande per tutta la notte e poi, perchè no, anche per tutto il pomeriggio successivo. Dovrò compensare il sonno perduto, no? Ora sono tutta contenta, tra poco mi farò la mia dose serale e andrò di nuovo a dormire... come ho fatto a non capire prima che dormire è l'attività più gratificante per un essere umano? Certo, anche la spalla va meglio e posso perfino muovere il braccio, ma questi sono dettagli insignificanti al confronto. Messa così posso anche trascurare le otto ore passate in ospedale e il conto strabiliante che di sicuro mi arriverà a casa nei prossimi giorni. Per ora non ci penso, mi limito a dormire il sonno dei giusti.
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